Inserito da: cfc | Maggio 19, 2005

Il metodo scientifico

“Molière nel ‘Malato immaginario’ esprime in poche righe ciò su cui voglio portare la vostra attenzione: ‘Dottore perché il papavero fa dormire?’ il dottore non lo sapeva come non lo sapeva nessuno a quel tempo, allora risponde: ‘È chiaro, perché il papavero ha la vis dormitiva’. Come potete immaginare, se lui invece di dirlo in latino lo avesse detto in italiano, rispondendo che il papavero fa dormire perché è così, allora tutti avrebbero capito che lui non lo sapeva.

Questo aneddoto per sottolineare che non si può spacciare per scienza una sequenza di parole, magari anche difficili, che non sono però di nessuna spiegazione, ci sono delle questioni preliminari a cui occorre rispondere, e questo fa parte del metodo realmente scientifico.
Quindi, la prima cosa che uno si deve chiedere quando si trova di fronte a un fenomeno è, ovviamente, la descrizione del fenomeno. Tornando alla questione del papavero, la descrizione potrebbe essere: “c’è il papavero, quando gli esseri umani prendono gli estratti di papavero si addormentano”.
La descrizione è il primo passo della scienza, ovvero il riconoscimento del fatto. In questo senso possiamo affermare che la scienza è quindi nata già dalla antichità. Fin dall’antichità, infatti, gli esseri umani hanno guardato il cielo, preso nota di tutti gli astri al variare del tempo, hanno disegnato queste orbite, le mappe del cielo, le effemeridi, … un lavoro gigantesco! Simultaneamente è stata fatta la lista delle piante, la lista degli animali, sono stati distinti i vari tipi di piante e di animali, sono state raggruppate in famiglia a seconda delle parentele, tutte le piante sono state distinte fra quelle commestibili e quelle velenose e quelle neutre e insomma un lavoro descrittivo.
Questa è la premessa della scienza, dopo di che c’è un livello successivo quello che corrisponde alla domanda: “E perché?”. Perché è cosi, perché si comporta in quel modo. Che, detta in altri termini questa domanda, in effetti vuole arrivare a scoprire se noi umani, in questo fenomeno come possiamo mettere le mani.
Una volta messa sul tavolo la descrizione, per arrivare a capire il perché accade quello che accade e che abbiamo osservato, all’inizio si devono formulare delle ipotesi, poi da verificare, ma comunque come prima azione ci sono le congetture da fare. L’essere umano possiede sì gli occhi, magari con annessi occhiali, ma possiede pure l’occhio della mente. Infatti la mente ha un senso, il famoso sesto senso!

Una parte del progresso umano è stata fatta così. Come si dice in inglese: “by trial and error”, ovvero attraverso tentativi, errori e correzione degli errori. È un metodo estremamente complesso, che ci porta piano piano a decrittare la formazione del fenomeno: cioè quella che poi la scienza definirà legge.
Le risposte all’indagine si possono dividere in tre semplici categorie: la categoria del sì, la categoria del no e la categoria del non lo so, che si applica alla maggior parte dei fenomeni.

Quindi l’attitudine che lo scienziato deve avere è quello che Kant chiamava “la sospensione del giudizio”. Se qualcuno nel 1902 chiedeva ai coniugi Curie: “ma come si spiega la radioattività?” L’unica risposta che si poteva dare allora era: “non lo sappiamo!”. E, al momento, ci si doveva accontentare. Infatti, intorno al 1910 venne capito. uesta è l’attitudine scientifica.
Nel campo dell’osservazione di un fenomeno uno si può sbagliare, due si possono sbagliare, però è più difficile che si sbaglino tutti. Invece è possibile ammettere che si sbaglino tutti quando si tratti di ragionamenti, perché quando si ragiona si crea spesso una coazione, una dipendenza psicologica dalle idee dominanti che porta a ragionare tutti allo stesso modo.
Invece per l’osservazione è un po’ diverso. Per le osservazioni, se uno ha osservato che un asino vola, potrà dire: “non lo capisco, però effettivamente ho visto che l’asino volava”, e a suo tempo capirà. Quindi affermare “aaah, la scienza non l’ha accreditato”, oppure “non può essere vero!” è la risposta più stupida che uno possa dare rispetto a un fenomeno.

Per me può essere vera qualsiasi cosa, questo non vuol dire che è vero, può essere, solo che allo stadio questo fenomeno – supposto che esista – io non lo capisco. Questo è il massimo che uno scienziato può dire. Può darsi che lo capirà in futuro, può darsi.
Uno deve imparare che non esistono solo certezze nella scienza, esiste anche la sospensione del giudizio. Le cose che non si capiscono ora, ma si capiranno in futuro. Uno ci può mettere anche della passione nel cercare di trovare la risposta alle cose che non si capiscono ora, e si può dire che il motto in questo senso dello scienziato è, per parafrasare un film di Benigni: “maledetto ti spiegherò!”.
E qui entriamo in un problema più complicato, cioè della effettiva conoscibilità del mondo della realtà. Ovvero, uno può avere la concezione del mondo e delle sue leggi, del suo modo di comportarsi, solo che poi non è detto che le si capisca veramente.

Per cui la scienza posa inevitabilmente su un atto di fede, ovvero che la realtà sia comprensibile. Fatto questo atto di fede si cercherà allora di comprenderla. Ovviamente questo è un atto di fede con controllo finale, perché se poi, in definitiva, non la comprendiamo questa realtà, come facciamo a dire che l’abbiamo compresa? Non l’abbiamo compresa!
E questo lo si appura, non basandosi sull’elemento descrittivo, ma dalla capacità realizzativa: l’ho capita se riesco a riprodurre sulla realtà interventi che abbiano successo.
Questa, paradossalmente, è una prova di umiltà, quello che si chiama il riduzionismo scientifico. Cioè se noi abbiamo ragione, deve essere così, lo si deve poter dimostrare realizzandolo, altrimenti dobbiamo rivedere tutta la nostra costruzione!”
(Da una conferenza di Emilio Del Giudice all’Università dell’Immagine, Milano, il 29 novembre 2003)


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